Allarme land grab in Senegal

Senegal-land-ifpri-300x200Altre Frontiere, mantenendo viva l’attenzione sul Land Grabbing  già al centro dell’edizione 2012, raccoglie l’invito lanciato il 7 novembre scorso da Re:Common (associazione con l’obiettivo primario di sottrarre al mercato e alle istituzioni finanziarie private e pubbliche il controllo delle risorse naturali, restituendone l’accesso e la gestione diretta ai cittadini tramite politiche di partecipazione attiva) e da reti di “cittadinanza attiva” senegalesi, a unirsi a loro nel chiedere la fine di un progetto che sottrae alle popolazioni locali terreni agricoli nel nord del Senegal per la produzione di biocarburanti.

Il coinvolgimento italiano nel business del land grab in Senegal

tratto da http://www.recommon.org/il-coinvolgimento-italiano-nel-business-del-land-grab-in-senegal/

Dakar, 7 novembre 2013. Oggi a Dakar l’associazione italiana Re:Common, la rete senegalese Land Reflection and Action Group (CRAFS), l’organizzazione internazionale Grain hanno lanciato il loro rapporto “Who is Behind Senhuile-Senethanol?” sul ruolo svolto da imprese italiane nell’ambito del progetto di appropriazione di terreni agricoli nel nord del Senegal.

Leggi il rapporto: http://www.recommon.org/wp-content/uploads/2013/11/Rapporto_Senegal.pdf

La ricerca, alla cui stesura hanno collaborato vari esperti internazionali e locali, mette in evidenza vari aspetti controversi degli assetti societari di numerosi attori coinvolti, tra i quali spicca la compagnia italiana Tampieri.

Il rapporto risponde ai timori circa possibili collegamenti ad attività di riciclaggio di denaro ed, esaminando la struttura del progetto, evidenzia come:

▪ Alcuni funzionari delle società coinvolte abbiano un passato ricco di ombre;
▪ La reale proprietà sia è celata dietro una società di comodo con base a New York;
▪ Tutta questa segretezza, a cui si va ad aggiungere il business plan del progetto in continuo cambiamento, indicano che gli investitori non sono affidabili;
▪ Nel frattempo, molte altre questioni sollevate dalle comunità impattate dal progetto rimangono senza risposta; la compagnia si rifiuta di parlare con i ricercatori.

Senhuile è controllata per il 51 per cento dall’italiana Tampieri Financial Group e al 49 per cento dalla società senegalese Senethanol. Quest’ultima è stata creata con i fondi dal gruppo di investimento ABE Italia (75 per cento) e dall’imprenditore senegalese Gora Seck (25 per cento). Al momento l’ABE Italia è in liquidazione e le sue azioni in Senethanol stanno apparentemente tornando alla sua società madre ABE International LLC con sede a New York. La ABE International, una società di comodo registrata allo stesso indirizzo di altre centinaia shell companies, è gestita da Benjamin Dummai , il direttore israelo-brasiliano di Senhuile, ma i suoi veri proprietari sono sconosciuti poiché la società non è tenuta a rendere pubbliche tali informazioni.

Benjamin Dummai ha un passato oscuro. In varie occasioni le autorità brasiliane lo hanno trovato colpevole di evasione fiscale e truffa. Gora Seck si occupa di diverse società, tra cui alcune nel settore minerario, due delle quali insieme a un funzionario del ministero delle Miniere senegalese.

Nel 2010, il Consiglio Rurale di Fanaye ha concesso 20mila ettari di terra alla Senethanol, al fine di produrre biocarburanti per il mercato europeo. Nel 2011, il progetto è stato sospeso dall’allora presidente senegalese Abdoulaye Wade dopo una serie di scontri scoppiati tra le comunità locali e le forze di sicurezza. Il progetto è stato riavviato nel 2012 per la produzione di semi di girasole per l’esportazione verso l’Italia su altri appezzamenti di terreno situati nella Riserva Ndiael, sempre per un’estensione di 20mila ettari, accordati dal nuovo presidente Macky Sall per un periodo di 50 anni. La scorsa settimana, Gora Seck ha annunciato che il progetto subirà la “sospensione di ogni attività economica”, per poi riprendere al fine di garantire semi di arachidi destinati al consumo locale.

“Chi può fidarsi di questi investitori?”, è quanto ha dichiarato un portavoce dei 37 villaggi della riserva di Ndiael coinvolti nel progetto. “Prendono le nostre terre, prendono le nostre vite, ci circondano, al punto che il nostro bestiame – la fonte del nostro sostentamento – non può più pascolare, e tutto questo per che cosa?” ha aggiunto.

“Ci domandiamo che ruolo stia giocando Tampieri qui in Senegal, come mai sia coinvolta in una struttura così oscura e con uomini d’affari con un passato controverso” ha dichiarato a Dakar Giulia Franchi di Re:Common. “Il progetto appare fallimentare, come si evince dai continui cambiamenti di obiettivo e dall’instabilità sociale che ha generato. Ci domandiamo cosa tenga ancora veramente qui Tampieri, mentre deve fare i conti con un progetto che non decolla e ha un crescente rischio reputazionale” ha aggiunto la Franchi.

Re:Common e Grain, in solidarietà con le comunità locali e la CRAFS, invitano tutti coloro che stanno lottando contro l’accaparramento di terra, in particolare i movimenti italiani, a unirsi a loro nel chiedere la fine di questo progetto e la restituzione delle terre ai pastori e ai contadini.

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Categorie:Africa

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