Voglia di autogestione, non è solo utopia

di Chiara Organtini, 31 gennaio 2014, http://www.pagina99.it

Il 31 gennaio e l’1 febbario a Marsiglia si è svolto l’incontro internazionale delle “fabbriche recuperate” nella sua seconda edizione. Vi proponiamo un’analisi su questo fenomeno dalle prime esperienze di autogestione in Argentina, alla diffusione anche in Europa e in Italia.

Sarà una sorta di mobilitazione globale del lavoro ma senza padroni, come possibile risposta alla crisi: operai, attivisti e ricercatori parteciperanno, oggi e domani, al primo forum internazionale “L’economia dei lavoratori”, a Fralib de Gèmenos, vicino Marsiglia, nell’ex fabbrica Unilever recuperata e UpkPfA5XLjjZ0JJrSbzOgxTB0pCDiE41Hla6lI1bLO4=--le_officine_zero_di_roma__pagina_facebook_oz_officine_zero_riavviata alla produzione dai lavoratori auto-gestiti. Un’occasione di scambio e di dibattito che per la prima volta riunisce su suolo europeo le esperienze dei workers’ buyout: lavoratori che hanno deciso di riprendere in mano il proprio destino, minacciato da delocalizzazioni e fallimenti, riscattando fabbriche e aziende, “licenziando i padroni” e auto-gestendo il proprio lavoro. Com’è accaduto alla Fralib, che ha ripreso le attività in auto-gestione dopo la chiusura decisa dalla multinazionale Lipton. Relativamente diffuso in Europa e con soli sei paesi coinvolti, il fenomeno dei wbo parte da Buenos Aires. Il crac argentino del 2001 ha generato un’ondata di occupazioni e recupero delle fabbriche in fallimento (Ert, Empresas recuperadas por sus trabajadores) coinvolgendo, anche grazie all’attivismo di Eduardo Murua – portavoce dell’Impa, la prima azienda argentina recuperata nel 1998 – altri paesi come Brasile, Uruguay, Venezuela, Messico. A partire dal 2002 è nato un programma di ricerca universitaria, la Facultad Abierta della Università di Buenos Aires, che ha cercato di creare conoscenza sulla base dell’intreccio delle esperienze dei lavoratori, l’analisi politica, l’inchiesta e la sua condivisione e che, tuttavia, è stato oggetto di critiche da parte della preside della Facoltà, a cui studenti ed attivisti hanno risposto con una giornata di dibattito pubblico all’Università, il 20 dicembre scorso. L’incontro alla Fralib è una tappa importante perché fa da anello di congiunzione tra il più movimentato Sud America (incontri precedenti di wbo si sono tenuti a Buenos Aires, Città del Messico e João Pessoa, in Brasile, nel luglio 2013) e l’Europa, dove le occupazioni stanno acquisendo solo negli ultimi tempi le caratteristiche di un movimento di lotta politica, come testimonia il sostegno internazionale ai lavoratori greci dell’autogestita Vio.Me di Salonicco, a rischio sgombero. E d’altronde il programma dei lavori alla Fralib affronterà anche altri temi del lavoro auto-gestito: dalle nuove forme di rappresentanza che superino il tradizionale sindacato, alla diffusione delle scuole popolari all’interno delle fabbriche, finalizzate a sensibilizzare la coscienza dei wbo e volte a fare rete anche attraverso lo scambio, ove possibile, della produzione proveniente dalle fabbriche autogestite. In Italia, le esperienze “senza padrone” contano su meno di 40 cooperative, eppure anche qui i lavoratori sono riusciti a rimettere in carreggiata la produzione o ad inventarne di nuove. Solo in alcuni casi le nuove gestioni cooperative hanno proseguito con il preesistente modello di business. In ogni caso, però, gli sforzi sono stati notevoli: i wbo hanno impegnato la propria liquidazione, il Tfr o l’indennità di mobilità per supplire alla mancanza del capitale, affidandosi al supporto di Legacoop e Coopfond per ottenere credito dalle banche. Nel caso della Greslab (ex “Ottima” di Scandiano, in Emilia), gli ex dipendenti hanno investito in formazione per far leva su nuovi prodotti; ed altrettanto alla Fenix Pharma di Roma, dove i lavoratori hanno rilevato l’azienda dalla Warner Chilcott, che voleva uscire dal mercato europeo, riposizionandosi commercialmente ed acquistando una nuova licenza. Poi ci sono realtà più complesse, in cui la lotta e l’esperienza dell’occupazione della fabbrica hanno contribuito a creare un nuovo modello culturale, anche se la produzione è rimasta la stessa. E’ questo il caso della Mancoop, vicino Latina, che dopo esser passata tra le mani di quattro società e sull’orlo del crack, i lavoratori l’hanno fatta ripartire con un terzo dei dipendenti e metà dello stabilimento, in affitto dal commissario liquidatore dell’azienda. C’è poi il caso di Officine Zero che fa da collegamento tra le esperienze italiane e quelle latinoamericane, mutuando l’esperienza argentina di Murua, e ha contribuito all’organizzazione del forum alla Fralib. Le officine curavano la manutenzione dei treni notturni, ex Rsi (Rail Service Italia), ex Wagon Lits, poi – come si autodefiniscono – sono divenute un’officina di idee, di condivisione e di lotta. I 33 ex dipendenti hanno convertito il museo ferroviario a cielo aperto in un laboratorio, in cui tappezzieri, falegnami ed elettricisti riciclano e riusano, accanto ad architetti, giornalisti e professionisti di vario genere, che lavorano in co-working. Un esperimento che, secondo gli stessi protagonisti, funziona e fa sistema: il numero delle postazioni in affitto per il co-working è in aumento, in arrivo anche due artisti. L’obiettivo delle OZ, così come l’ambizione del forum in programma alla Fralib, è quello di fornire una risposta all’austerità della crisi attraverso la scelta del lavoro auto-gestito e la forza della rete che compone e sostiene le varie esperienze di wbo. “Perché – come afferma Lorenzo Sansonetti di OZ, senza timore di connotare ideologicamente questa esperienza –, lavorare senza padroni non deve essere solo una necessità”.

Fonte: http://www.pagina99.it/news/lavoro/3457/mobilitazione-globale-del-lavoro-ma-senza.html

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Categorie:Europa, Mediterraneo

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