EXPO: il discorso di Mattarella analizzato dalle periferie della Regione Andina

di Cristiano Morsolin, del 7 aprile 2015, http://www.unimondo.org

“Il sistema Paese deve essere consapevole di avere, con l’opportunità rappresentata dall’Esposizione Universale 2015, la possibilità di misurare se stesso, sul piano della elaborazione di idee e sul piano delle capacità realizzative”. Lo ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un discorso dedicato all’Expo 2015 a Firenze, sabato 28 marzo.

EXPO-Il-discorso-di-Mattarella-analizzato-dalle-periferie-della-Regione-Andina_mediumSecondo il presidente della Repubblica, “La coesione del sistema istituzionale, politico e imprenditoriale. L’espressione compiuta di energie presenti nella nostra società e in grado di coordinarsi intorno ad un progetto multidisciplinare. La capacità della Pubblica amministrazione di operare, con tenacia e trasparenza, contro i tentativi di inquinamento e corruttela. La conferma che non servono generiche esortazioni, quanto, piuttosto, la mobilitazione ostinata e perseverante delle risorse della società italiana.  L’ascolto delle ragioni degli attori presenti sulla scena internazionale su materie tanto sensibili come il cibo e l’alimentazione. L’attenzione alle ragioni di tutti gli stakeholders interessati: dalle popolazioni indigene delle zone umide, a quelle colpite dalla siccità nel Sahel; dal ruolo dei movimenti contadini dei senza terra, alle innovazioni di cui sono portatrici le grandi multinazionali, alle attività dei centri di ricerca. Il diritto al cibo collegato all’utilizzo di risorse rinnovabili e sostenibili. L’incontro rispettoso tra livelli di sviluppo diversi delle comunità e nei rapporti di scambio tra produttori e consumatori».

Dal 3 al 6 ottobre prossimi l’associazione Slow Food Italia organizzerà ‘Terra Madre Giovani’, un evento che richiamerà nel capoluogo lombardo quei protagonisti delle piccole coltivazioni e della biodiversità: contadini dal sud del mondo, campesinos, pescatori e allevatori. Tutti ‘under 40’. Persone che lavorano ogni giorno, con sacrificio e dedizione e che lottano per difendere il pianeta e le nostre risorse. «Sono loro che possono rivoluzionare il nostro sistema alimentare che così come è oggi – sottolinea Carlo Petrini – non porta da nessuna parte, se non all’impoverimento della terra e allo spreco di cibo, per non parlare della distruzione di saperi tradizionali e culture millenarie». Ma per portare quel migliaio di contadini a Milano Petrini chiede l’aiuto di tutti. «È necesssaria una grande operazione di ospitalità diffusa – spiega – perchè molti di loro non potranno pagarsi il viaggio e l’albergo». A breve sarà così lanciata una piattaforma web per consentire a chiunque lo desideri di contribuire all’iniziativa.  «Expo – ha concluso il fondatore di Slow Food – non si rinchiuda a interpretare gli interessi e la rappresentatività della grande industria, ma abbia la sensibilità di ascoltare gli umili che garantiscono il pane di oggi e di domani».

Questo messaggio mi risuona mentre ascolto Padre Giulio Albanese (il mio primo direttore nel 2000 quando collaboravo a MISNA) intervistato da Bianca Berlinguer su RAI 3; ho appena trascorso la giornata a Bosa, periferia sud di Bogota’ (Colombia), quel sud degredato dalla violenza e dalla segregazione, ma anche dal reclutamento forzato dei bambini-soldato da parte dei gruppi armati che dimostrano che la Colombia non e’ ancora uscita da una guerra che si trascina da mezzo secolo.

Lavoro con un gruppo di bambini/e e adolescenti desplazados (rifugiati interni, sradicati dai loro territori di provenienza per il conflitto armato) sul tema Buen Vivir e diritti nell’ambito del progetto Escuela Viajera (Scuola Viaggiante la traduzione) che ho fondato nel 2008,  questa proposta pedagogica di cittadinanza attiva, tra vicoli, strade non asfaltate, le baracche di questa metropoli di 8 milioni di abitanti, qui il bus non arriva, con la pioggia di questo periodo, e’ tutta una montagna di fango.

Il Presidente Mattarella dovrebbe ascoltare le storie, le violazioni, la resistenza dei bambini/e e adolescenti dei settori popolari che scappano dalle loro finche (aziende agricoli), dalle migliori terre della Colombia dove la campagna matiene un’identita’ di Buen Vivir, di crescita armoniosa nel rispetto della Madre Terra, la Pachamama, in lingua indigena quechua.

Un tema centrale e’ il land grabbing. L’espressione “land grab” (letteralmente furto di terra), con cui è ormai comunemente conosciuto il fenomeno, è stato coniato da GRAIN, una piccola organizzazione internazionale no profit che si occupa di supportare piccoli agricoltori e movimenti sociali nella loro lotta per un sistema di produzione alimentare controllato dalle comunità e basato sul rispetto della biodiversità.

“Le grandi acquisizioni di terreni agricoli devono essere collocate nel contesto più ampio delle relazioni economiche internazionali. Negli ultimi dieci anni, infatti, la liberalizzazione economica, la globalizzazione dei trasporti e delle comunicazioni e la domanda globale dei prodotti alimentari, dell’energia e delle materie prime hanno favorito gli investimenti stranieri in molte parti del mondo e, in particolare, nel settore agricolo per i prodotti alimentari e per la produzione di biocarburanti spiega Edgar Serrano – lavora presso l’Università di Padova come Manager Didattico della Laurea Magistrale in Local Development – durante un recente convegno a Treviso promosso dall’Associazione NATs PER.

La percezione dell’esistenza di paesi con grande disponibilità di terra ha attirato l’attenzione dei governi desiderosi di garantire la sicurezza dei rifornimenti di alimenti e di carburante, e di investitori desiderosi di sfruttare la domanda globale di cibo e di carburante. Il fenomeno non è sicuramente nuovo, ma oggi sta accadendo qualcosa di particolare. La crisi alimentare mondiale e la più ampia crisi finanziaria, hanno dato luogo a una tendenza preoccupante verso l’acquisto di terra: un certo numero di paesi che dipendono dalle importazioni alimentari cercano di “esternalizzare” la propria produzione alimentare, acquistando terreni agricoli in altri paesi. Questa scelta viene vista come una strategia innovativa, per assicurare l’alimentazione delle proprie popolazioni a buon mercato e con un grado di sicurezza assai superiore. La Cina, l’India, il Giappone, la Malesia e la Corea del Sud in Asia; l’Egitto e la Libia in Africa; il Bahrein, la Giordania, il Kuwait, il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti nel Medio Oriente, possono essere ricondotti a questa categoria di stati. Funzionari di alto livello di molti di questi paesi sono impegnati in una specie di “caccia al tesoro” diplomatica, alla ricerca di terre agricole fertili in paesi come l’Uganda, il Brasile, la Cambogia, il Sudan, il Pakistan e molti altri soprattutto in Africa, ma anche in America Latina, nell’Europa dell’Est e nell’Estremo oriente asiatico. Convinti che le risorse agricole siano limitate e che non sia possibile fare affidamento sui mercati, i governi di paesi non autosufficienti dal punto di vista alimentare acquistano terra all’estero per produrre il proprio cibo, conclude Serrano (www.altrefrontiere.org).

Il legame tra disuguaglianza e politiche neoliberali

Analizzando gli ultimi decenni sia dal punto di vista economico che politico e sociale è insomma chiaro a tutti come il capitalismo sia un sistema basato sulla disuguaglianza e non sulla solidarietà. Ed è palese che uno dei segni di questa caratteristica è proprio la maniera in cui le città – centri nevralgici di tale modello di sviluppo (e di società) – continuano a crescere e a modificare la loro natura.

Le nuove città globali sono divenute con il tempo luoghi di segregazione e di esclusione, perdendo – man mano che divenivano più grandi e più popolose – ogni carattere proprio della comunità e ogni funzione aggregativa o di stimolo alla coesione sociale.

Nelle città vivono segregati contemporaneamente milioni di poveri nelle squallide periferie e centinaia di ricchi nelle algide “zone rosa” (come per esempio il nord di Bogota, lontano quase due ore dalle periferie popolari di Ciudad Bolivar e Soacha), costruite a misure per le loro tasche e i loro costosi gusti. Anche quest’ultima è una forma di segregazione che non permette alcuna permeabilità tra settori sociali lontani per vissuto e prospettive. D’altra parte, proprio le moderne “città globali” sono spesso scenari della nascita di movimenti sociali radicati a problematiche specifiche come il diritto alla casa, al lavoro, alla socialità, alla difesa dei diritti civili e di cittadinanza etc.

Zibechi (Territori in resistenza -Nova Delphi Ed., 2012 )analizza con sorprendente acutezza le nuove forme di controllo utilizzate nelle periferie sudamericane per frenare il potenziale rivoluzionario e l’azione antisistemica dei movimenti sociali urbani. Nella sua analisi Zibechi richiama, tra gli altri, Immanuel Wallerstein, sottolinea che « Le periferie urbane rappresentano una delle fratture più importanti in un sistema che tende al caos. È lì che gli Stati hanno minore presenza, è lì che i conflitti e la violenza che accompagnano la disintegrazione della società sono parte della vita quotidiana. È ancora nelle periferie urbane che i gruppi sono maggiormente presenti, tanto da conseguire, in alcune occasioni, il controllo dei quartieri, ed è infine lì che le malattie crescono in modo esponenziale. Detto con le parole di Wallerstein, nelle periferie confluiscono alcune delle principali fratture che attraversano il capitalismo: quelle di origine, quelle “etniche”, quelle di classe e quelle di genere. Sono i territori della spoliazione quasi assoluta. E della speranza, diciamo con Mike Davis”.

Su questi temi ho scritto l’articolo “Buen vivir e Periferie della Regione andina” perUnimondo.

La violenza divora il 6% del Pil A

Ho appena parlato con Juma Assiago – ONU HABITAT che mi ha invitato al meeting mondiale di giugno “Red Global de Ciudades Seguras GNSC” – l’Italia e’ rappresentanta da Leoluca Orlando, sindaco di Palermo (con il quale ho collaborato nel 1995-1997 quando ho lavorato come educatore di strada al Borgo Vecchio) e mi spiega il legame tra diseguaglianza e violenza.

L’impatto della violenza prodotta dalla criminalità in America Latina è in crescita e divora il 6% del suo Prodotto interno lordo (Pil): l’allarme arriva dal direttore di analisi economiche della Banca di sviluppo regionale (Caf), Pablo Sanguinetti, estensore della relazione dal titolo “Verso una America Latina più sicuro” presentata a Panamá. Secondo lo studio, la criminalità è la principale preoccupazione del 24% della popolazione latinoamericana. “Ci sono indicatori che si basano sui costi a carico dei governi per reprimere e risarcire le vittime (…) Ma anche costi più indiretti, come accade ad esempio in alcune località del Messico dove la criminalità fa sì che la gente non possa andare al lavoro o a scuola. E questo è più difficile da misurare” ha spiegato l’esperto. Negli ultimi 15 anni il tasso di omicidi in America Latina è aumentato rispetto ad altre regioni del mondo, osserva ancora lo studio che affronta in 260 pagine i diversi fattori che originano il fenomeno. “In media il tasso di omicidi è fra i 25-27 ogni 100.000 abitanti, un tasso molto molto elevato” ha rilevato Sanguinetti, facendo notare che in Messico nel 2006 era di 12 omicidi per 100.000 abitanti, mentre oggi è salito a 26.

Una proposta concreta per non concludere

Ho appena pubblicato il libro “En la periferia de la Copa del Mundo. Propuestas para enfrentar el apartheid de la segregación urbana y defender el derecho a la ciudad en Latinoamérica” (edizioni Antropos, Bogota – marzo 2015). Se l’informalità ha avuto nel tempo una sua declinazione prevalente negli aspetti fisici, è emersa da varie esperienze raccolte nel libro, un’accezione più antropologica e culturale. Questa è riferita soprattutto alle dinamiche e agli spazi di dialogo tra istituzioni e attori che non hanno un riconoscimento formale, ma che divengono accreditati per la loro capacità di interagire a nome delle comunità di cui rappresentano diritti e forme organizzative, che trasgrediscono i tradizionali sistemi istituzionali.

Il riconoscimento di questi attori diviene decisivo per comprendere i bisogni e per impostare le nuove politiche urbane nei quartieri marginali e informali, ribaltando i procedimenti tradizionali a favore di un pieno riconoscimento dei protagonisti dell’urbanizzazione irregolare, attribuendo loro un ruolo fondamentale nella costruzione delle strategie d’intervento.

In questo contesto va sottolineata la proposta pedagogica di educazione al commercio equo e al consumo critico che realizza l’Associazione Escuela Viajera (per contatti: fundacionescuelaviajera1@gmail.com ) accompagnando un centinaio di bambini/e delle periferie degradate di Bosa, Soacha, Suba (Bogota) ma anche con un gruppo di madri – cape famiglie, che producono artigianato e bigiotteria facendo collane con i semi e bucce d’arancia che si ricicla e da oggetto di scarto assume la bellezza dei colori e delle culture della Colombia. Questi prodotti (diffusi in Italia da Little Hands, a Treviso da NATs Per, a Roma da SAL  rompono la visione di una Colombia assistenzialista, non solo vittima del conflitto armato ma anche storia di emancipazione e di cambiamento dal basso attraverso il protagonismo dei bambini e delle donne dei settori popolari.

Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina, autore di vari libri. Analizza il legame tra diritti umani, movimenti sociali e politiche emancipatorie.

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